Ago 0726
Editoria e scrittori emergenti: scambio di opinioni
Pubblicato da Elisa, Blogosfere staff alle 08:59 in Libri
Di Barbara Gozzi
Pensavo, ripensando ai post di luglio e agosto qui su blogosfere che in modo più o meno diretto hanno parlato di esordi, editoria e montagne da scalare.
Pensavo ecco, che manca l'avvocato del diavolo. Allora inizio io.
Gli editori non leggono i manoscritti firmati da sconosciuti. Male.
Talune pubblicazioni piovono sul bagnato in testa ad autori che conoscono tizio, caio e sua cognata. Male.
Alcuni editori sono 'interessati' al dio soldone e si approfittano di ingenuità e speranze. Molto male.
Alcuni libri alti nella classifica delle vendita hanno un certo 'odore', di celofan nuovo, di tastiera pigiata da più mani, di scaletta preimpostata dagli indici di gradimento. Molto male.
Senza un buon marketing anche il libro dell'anno è destinato a rendersi utile nel camino. Sob.
Dal momento che non si nasce imparati, se non si trova qualcuno (meglio più di uno) che ti da indicazioni, suggerimenti disinteressati, consigli o critiche costruttivi è facile finire alla deriva. Non sapere dove andare. Sob.
Ci sono più libri di quanti dichiarano di essere disposti a leggere (dichiarano ho scritto, sul fatto che leggando davvero si potrebbe discutere). Doppio sob.
.... (forse ho dimenticato qualche punto saliente però credo di aver riepilogo alcuni nodi cruciali della questione).
Male. Molto male. Sob. Doppio sob.
E gli esordienti/sconosciuti dediti agli scritti? Tutti santi, innocenti, innocui, in balia delle tempeste, pronti a porgere l'altra guancia?
Qui arriva l'avvocato del diavolo. Il difensore delle ingiustizie. La percentuale di chi scrive è cresciuta a dismisura. E sul concetto di 'scrivere' e 'scrittore' iniziano i primi scricchiolii. Ho sentito persone che avevo appena finito un primo testo definirsi scrittori. Ho sentito chi pubblica articoli on line (senza essere giornalista intendo) definirsi scrittore. Ho sentito chi ha stampato dodici libri con il print on demand, definirsi scrittore.
Per carità, libertà. Io sono per la libertà. Se uno vuole scrivere, qualsiasi cosa voglia scrivere, che lo faccia. In privato o in pubblico. Però.
Però ci vorrebbe più rispetto. Innanzi tutto il rispetto per i mestieri e le qualifiche. Non esiste un diploma o un corso di laurea che ti attribuisce il titolo di 'scrittore', si potrebbe obbiettare. Perfetto. E questo ci autorizza a essere tutti scrittori per elezione divina?
Altra questione: il talento.
Elemento inquantificabile quando di difficile misurazione. Chi lo scova, stò benedetto talento? L'editore? L'agente letterario? L'editor? Il redattore? L'addetto stampa? Il talent scaut? Forse tutti o nessuno. Ma non chi scrive. Qui ci vuole un pò di umiltà. Tonnellate di umiltà. Sapersi guardare dentro e dubitare. Di quello che si sa fare. Di quello che si è fatto. Dei propri limiti. E delle potenzialità. Non dico che bisogna ripetersi di essere degli incapaci. No. Bisogna però essere onesti in primis con se stessi. Si può scrivere ed essere soddisfatti di quello che si è ottenuto. Benissimo. Ma partiamo accettando l'idea che i geni sono statisticamente pochi in tutto il mondo. E non ne nascono di frequente. Umiltà quindi. Che presuppone anche la capacità di accettare critiche (specialmente se costruttive e motivate) e sapersi fermare se si è imboccata la strada sbagliata. C'è chi è portato per i romanzi lunghi, chi per i racconti, chi per le trame da sceneggiatura, chi per i dialoghi... e chi per niente in particolare. Accettiamoci.
Non meno importante la questione olio di gomito.
Ci sono autori che scrivono e pensano, con questo divento. Divento. Faccio. Sono. Sarà. Ok, buon per te. Puntare in alto è un modo per spronarsi e prendere di più da se stessi. Ok. Ma.
Ma magari lavoriamoci sopra prima. Accettiamo il fatto che se c'è del buono in noi (talento, istinto narrativo o come volete) questo non ci da la chiave per il mondo magico. Bisogna lavorare. Tanto. Sodo. Scrivere. Riscrivere. E ancora. Cancellare. Rifare. Riprovare. Sperimentare. Sbattere la testa e ripartire più convinti. Cercare uno stile, cucirselo sulla pelle. Ascoltarsi. Ascoltare gli altri, chi ci sta attorno, il mondo che pulsa e respira mentre noi attaccati al pc scriviamo. Non si scrive di aria fritta. Bisogna sudare. Piangere. Impegnarsi. Fare ricerca. Ascoltare, molto. Confrontarsi. Capire dove va una storia. Svenarsi insomma.
Allora forse, dopo tanto lavoro qualcosa si può pensare che arrivi.
Ricapitolando: rispetto, umiltà e duro lavoro.
Ricordiamoceli emergenti/esordienti/sconosciuti che scrivono. Secondo me aiuterebbero talune dinamiche.
Barbara
Talune pubblicazioni piovono sul bagnato in testa ad autori che conoscono tizio, caio e sua cognata. Male.
Alcuni editori sono 'interessati' al dio soldone e si approfittano di ingenuità e speranze. Molto male.
Alcuni libri alti nella classifica delle vendita hanno un certo 'odore', di celofan nuovo, di tastiera pigiata da più mani, di scaletta preimpostata dagli indici di gradimento. Molto male.
Senza un buon marketing anche il libro dell'anno è destinato a rendersi utile nel camino. Sob.
Dal momento che non si nasce imparati, se non si trova qualcuno (meglio più di uno) che ti da indicazioni, suggerimenti disinteressati, consigli o critiche costruttivi è facile finire alla deriva. Non sapere dove andare. Sob.
Ci sono più libri di quanti dichiarano di essere disposti a leggere (dichiarano ho scritto, sul fatto che leggando davvero si potrebbe discutere). Doppio sob.
.... (forse ho dimenticato qualche punto saliente però credo di aver riepilogo alcuni nodi cruciali della questione).
Male. Molto male. Sob. Doppio sob.
E gli esordienti/sconosciuti dediti agli scritti? Tutti santi, innocenti, innocui, in balia delle tempeste, pronti a porgere l'altra guancia?
Qui arriva l'avvocato del diavolo. Il difensore delle ingiustizie. La percentuale di chi scrive è cresciuta a dismisura. E sul concetto di 'scrivere' e 'scrittore' iniziano i primi scricchiolii. Ho sentito persone che avevo appena finito un primo testo definirsi scrittori. Ho sentito chi pubblica articoli on line (senza essere giornalista intendo) definirsi scrittore. Ho sentito chi ha stampato dodici libri con il print on demand, definirsi scrittore.
Per carità, libertà. Io sono per la libertà. Se uno vuole scrivere, qualsiasi cosa voglia scrivere, che lo faccia. In privato o in pubblico. Però.
Però ci vorrebbe più rispetto. Innanzi tutto il rispetto per i mestieri e le qualifiche. Non esiste un diploma o un corso di laurea che ti attribuisce il titolo di 'scrittore', si potrebbe obbiettare. Perfetto. E questo ci autorizza a essere tutti scrittori per elezione divina?
Altra questione: il talento.
Elemento inquantificabile quando di difficile misurazione. Chi lo scova, stò benedetto talento? L'editore? L'agente letterario? L'editor? Il redattore? L'addetto stampa? Il talent scaut? Forse tutti o nessuno. Ma non chi scrive. Qui ci vuole un pò di umiltà. Tonnellate di umiltà. Sapersi guardare dentro e dubitare. Di quello che si sa fare. Di quello che si è fatto. Dei propri limiti. E delle potenzialità. Non dico che bisogna ripetersi di essere degli incapaci. No. Bisogna però essere onesti in primis con se stessi. Si può scrivere ed essere soddisfatti di quello che si è ottenuto. Benissimo. Ma partiamo accettando l'idea che i geni sono statisticamente pochi in tutto il mondo. E non ne nascono di frequente. Umiltà quindi. Che presuppone anche la capacità di accettare critiche (specialmente se costruttive e motivate) e sapersi fermare se si è imboccata la strada sbagliata. C'è chi è portato per i romanzi lunghi, chi per i racconti, chi per le trame da sceneggiatura, chi per i dialoghi... e chi per niente in particolare. Accettiamoci.
Non meno importante la questione olio di gomito.
Ci sono autori che scrivono e pensano, con questo divento. Divento. Faccio. Sono. Sarà. Ok, buon per te. Puntare in alto è un modo per spronarsi e prendere di più da se stessi. Ok. Ma.
Ma magari lavoriamoci sopra prima. Accettiamo il fatto che se c'è del buono in noi (talento, istinto narrativo o come volete) questo non ci da la chiave per il mondo magico. Bisogna lavorare. Tanto. Sodo. Scrivere. Riscrivere. E ancora. Cancellare. Rifare. Riprovare. Sperimentare. Sbattere la testa e ripartire più convinti. Cercare uno stile, cucirselo sulla pelle. Ascoltarsi. Ascoltare gli altri, chi ci sta attorno, il mondo che pulsa e respira mentre noi attaccati al pc scriviamo. Non si scrive di aria fritta. Bisogna sudare. Piangere. Impegnarsi. Fare ricerca. Ascoltare, molto. Confrontarsi. Capire dove va una storia. Svenarsi insomma.
Allora forse, dopo tanto lavoro qualcosa si può pensare che arrivi.
Ricapitolando: rispetto, umiltà e duro lavoro.
Ricordiamoceli emergenti/esordienti/sconosciuti che scrivono. Secondo me aiuterebbero talune dinamiche.
Barbara







Commenti
1. Barbara Gozzi, Domenica 26 Agosto 2007 ore 11:56
Dentro la voce 'olio di gomito' non mi sono soffermata sull'importanza della lettura. Che è anche duro lavoro. Chi scrive non può non leggere di continuo, come un'urgenza che non riesce a frenare. Leggere è apprendere, assorbire le tecniche, le atmosfere, gli spunti, gli intrecci di altri. Tutto ciò che trasmette emozioni aiuta nella scrittura. Se non altro a confrontarsi con realtà diverse, esperienze diverse, capacità diverse. Leggere è una delle fondamenta, una palestra continua per chi scrive. Necessaria. Indispensabile anzi. Cercando di essere aperti a generi, autori e tecniche diverse.
Buona domenica,
Barbara
Ps. il testo che ho scritto non ha la pretesa di essere 'la'verità. E' quello che penso, che ho sperimentato fin ora 'sul campo', che ho ritrovato negli occhi di chi davvero può definirsi scrittore. Io sono un'apprendista in scrittura, non mi stancherò mai di dirlo perchè è la visione più onesta e corretta che posso dare di me stessa. E sono seriamente convinta che il mercato dell'editoria bistratta tutti gli sconosciuti (talentuosi, capaci, esordienti e non). Ma allo stesso tempo taluni 'che scrivono' hanno forzato le barriere e alzato la posta con comportamenti che non trovo giusti. Poco rispettosi, appunto, e faciloni in un certo senso. Da qui le mie considerazioni. Come sempre, la colpa non ha mai una direzione sola.
2. Alessandro Giovanni Paolo RUGOLO, Domenica 21 Ottobre 2007 ore 10:08
Ciao Barbara,
ho letto con interesse il tuo post e devo dire che mi è piaciuto... in particolare sono rimasto colpito da una cosa alla quale penso sempre anch'io guardarsi indietro e cercare di capire se e come andare avanti.
Io non sono uno scrittore ne tantomeno un poeta ma mi piace scrivere e, dopo aver letto tantissimo mi sono affacciato allo scrivere con timore reverenziale...
Scrivo da quando ero bambino... certo, in modo diverso da allora ma la voglia naque all'età di sei anni e me la porto appresso da allora.
Ora, mentre un tempo era tutto più difficile, vedersi pubblicato un articolo sulla carta stampata era quasi un'impresa..., ora con l'uso di siti web o blog è tutto più semplice...
Non ci guadagno niente... ma non importa, scrivo per migliorare me stesso (sono un po egoista!) e spero che così facendo possa aiutare chi legge... a migliorare se stesso...
Non prendendomi come esempio, ma incitando alla riflessione.
Spero che tu possa trovare il tempo di visitare il mio blog e magari trovare qualcosa di interessante.
Buona Domenica.
Ale.
3. Barbara Gozzi, Lunedì 19 Novembre 2007 ore 09:31
Buon giorno,
mi scuso ma vedo solo ora la tua risposta Alessandro. Sono lieta che questo post si sia rivelato utile.
Nel caso volessi condividere le tue esperienze o approfondire altre tamatiche sulla scrittura sto allestendo un nuovo spazio virtuale di condivisione. Aperto a tutti.
http://frammentando.wordpress.com/help-me-sto-scrivendo-e/
4. Alessandro Rugolo, Venerdì 28 Dicembre 2007 ore 21:28
Ciao barbara,
ho letto alcune tue considerazioni su frammentando e non sono riuscito a lasciare un commento, così lo faccio quì, sperando che arrivi al destinatario...
Io non so se valga la pena scrivere o meglio, non so se valga la pena scrivere per fare successo, per fare carriera come scrittore, ma so perché per me vale la pena scrivere... io scrivo perchè mi piace, è parte della mia vita, come leggere, come amare la mia famiglia. I libri sono parte della mia vita e così scrivo, forse per lasciare una traccia di me quando non ci sarò più, forse perché spero che chi legge prenda qualcosa di me e lo porti avanti nel tempo... è un modo per diventare immortali... certo, per essere sicuri di continuare as esistere in eterno bisognerebbe incidere i testi nella pietra, ma è un po difficile...
Un po di tempo fa ho scritto un raccontino breve, chè è l'anima dello scrittore che é in me... magari qualcuno può trovare tutto molto insignificante, é un rischio, ma non fa niente... perché può darsi anche che qualcun altro ci si ritrovi e magari condivida.
Ecco perché scrivo e perché continuerò a farlo sempre... finché ci riuscirò..
RACCONTO...
Eccomi qua, ancora una volta, di fronte ad un foglio bianco…
Ricordo ancora la prima volta che scrissi un racconto… quasi per gioco…
Mio padre aveva una macchina da scrivere, una Lettera 32 della Olivetti… se non ricordo male!
Quando si portava del lavoro a casa io e i miei fratelli gli giravamo attorno come mosche e insistevamo finché, sfinito, prendeva un foglio da riciclare, scritto da una parte sola… e posizionatolo con attenzione nella macchina da scrivere ci spiegava cosa fare…
Imparai così, quasi per gioco, l’uso di quel fantastico strumento…
Intanto crescevo… leggevo… studiavo…
Di tanto in tanto andavo a trovare mio padre al lavoro, in caserma, e mentre lui lavorava io usavo la macchina da scrivere… così, sempre per gioco, scrissi il mio primo racconto…
Mi piacevano gli alieni e i fantasmi, per cui scelsi un personaggio di fantasia e cominciai a scrivere…
Scrissi una pagina, con immensa fatica… e una marea di errori… ma ero soddisfatto, era la mia prima opera, il mio primo racconto!
Avevo solo sei anni, chissà cosa avrei potuto fare da grande…
Conservai con attenzione quel mio primo racconto, che di tanto in tanto salta fuori tra le pagine ingiallite di un vecchio diario, come a ricordarmi chi sono…
come a ricordarmi cosa avrei potuto fare da grande…
Ciao Barbara...